Non credo agli alibi by Rex Stout

Non credo agli alibi by Rex Stout

autore:Rex Stout [Stout, Rex]
La lingua: ita
Format: epub, azw3
Tags: Giallo
editore: MONDADORI
pubblicato: 0101-01-01T00:00:00+00:00


6

Alle dieci e quaranta dell'indomani mattina ero seduto alla mia scrivania, quando squillò il telefono. «Studio di Nero Wolfe. All'apparecchio Archie Goodwin.»

«Voglio parlare col signor Wolfe.»

«Fino alle undici è occupato. Volete dire a me?»

«È urgente. Parla Weppler, Fred Weppler. Sono in una cabina telefonica di un drugstore sulla Nona Avenue angolo Ventesima Strada. La signora Mion è con me. Siamo stati arrestati.»

«Santo Dio!» esclamai, scandalizzato. «Con che accusa?»

«Ci hanno interrogati sulla morte di Mion. Avevano un mandato d'arresto che ci definiva testimoni materiali. Ci hanno trattenuti tutte la notte. Il nostro avvocato ha pagato la cauzione e ora siamo liberi. Siccome non sa che ci siamo rivolti a Wolfe, l'abbiamo mandato via. Voglio parlare con Wolfe.»

«Certo» esclamai, in tono comprensivo. «È un oltraggio! Venite qui. Quando sarete arrivati, sarà già sceso dalla serra.»

«Non possiamo. È per questo che ho telefonato. Siamo seguiti da due agenti, e preferiamo che non sappiano che veniamo da Wolfe. Come facciamo a liberarcene?»

«Accidenti» borbottai, disgustato. «I poliziotti mi danno la nausea. Ascoltatemi bene. Andate nell'ufficio della Feder Paper Company, al numero cinquecentotrentacinque della Diciassettesima Strada Ovest. Chiedete del signor Sol Feder e ditegli che vi chiamate Montgomery. Vi condurrà lungo un passaggio speciale che porta nella Diciottesima Strada. All'uscita troverete un tassì con un fazzoletto legato alla maniglia dello sportello. Saliteci immediatamente, dentro ci sarò io. Capito?»

«Sì. Ripetete l'indirizzo.»

Ubbidii, poi gli dissi di aspettare dieci minuti prima di mettersi in moto, per darmi il tempo di arrivare là. Poi, dopo aver riattaccato, chiamai Sol Feder per dargli istruzioni, mi misi in comunicazione con Wolfe attraverso il citofono e me la battei.

Avrei dovuto dirgli di aspettare quindici o venti minuti, invece di dieci, perché arrivai nella Diciottesima Strada appena in tempo. Il mio taxi si era appena fermato, ed io stavo allungando la mano per legare il fazzoletto alla maniglia della portiera, quando li vidi sfrecciare sul marciapiede, come pipistrelli sbucati dal buio. Spalancai la portiera, e Fred praticamente scagliò Peggy all'interno, per poi raggiungerla con un tuffo.

«Okay, autista» dissi con voce severa «sapete dove portarci.» E partimmo.

Quando girammo nella Decima Avenue, chiesi se avevano fatto colazione, e loro risposero di sì, senza nessun entusiasmo. Il fatto era che l'entusiasmo parevano averlo dimenticato totalmente. La leggera giacca verde di Peggy, indossata su un abito color ruggine, era sgualcita e non troppo pulita, e anche la faccia appariva trascurata. I capelli di Fred sembravano non aver visto un pettine per un mese, e il vestito marrone era tutto tranne che impeccabile. Se ne stavano con le mani in mano, e un minuto sì e uno no, Fred si voltava a guardare attraverso il lunotto posteriore.

«Non preoccupatevi, non ci segue nessuno» lo rassicurai. «Ho tenuto di riserva Sol Feder proprio per un'emergenza come questa.»

Dopo venti minuti tornavo con i nostri clienti.

Quando li pilotai verso lo studio, Nero Wolfe era già seduto nella poltrona dietro la scrivania. Si alzò per salutarli, li invitò ad accomodarsi, domandò se avevano fatto colazione in modo decente e affermò che la notizia del loro arresto lo aveva sconvolto profondamente.



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